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MESSAGGI WHATSAPP: VALGONO COME FONTE DI PROVA IN GIUDIZIO?

Una recente sentenza del Tribunale di Ravenna ha condannato una donna a restituire all'ex amante i soldi che questi le aveva prestato per comprare un'auto, proprio basandosi sul contenuto delle conversazioni.



Le conversazioni intrattenute con Whatsapp e non cancellate, restano nella memoria dello smartphone e fanno prova contro chi le ha scritte. La semplice trascrizione dei messaggi scambiati su WhatsApp non ha valore probatorio e, diversamente dalle registrazioni foniche che, in linea con quanto disposto dal Codice di procedura penale, costituiscono prova documentale, non può essere considerata affidabile. A meno che non si fornisca anche il supporto contenente il messaggio (nella maggior parte dei casi il telefono cellulare), per verificarne paternità e attendibilità.

Ma se è vero che anche le conversazioni orali possono essere facilmente registrate di nascosto con uno smartphone e, se non contestate, possono inchiodare l’avversario, anche gli scritti via etere possono ugualmente fornire una valida prova in un processo.

A dirlo sono gli stessi giudici che accordano valore alle conversazioni via chat e, in particolare, via WhatsApp. Quindi attenzione ai messaggi WhatAapp che si scrivono sul telefonino perché "potranno essere usati contro di te".


Ma in che modo è possibile acquisire in maniera corretta una conversazione WhatsApp come prova in un processo penale? Negli ultimi tempi, nella valutazione delle strategie difensive la domanda è sempre più diffusa, visto che ormai quasi tutti fanno uso di tale applicazione.


Analizziamo insieme un esempio:


Il Tribunale di Ravenna, con la sentenza numero 231/2017, ha condannato una donna alla restituzione del denaro che l’ex amante le aveva prestato per acquistare un’auto basandosi sul contenuto di conversazioni intrattenute su WhatsApp. Nei messaggi, infatti, la donna si era impegnata a restituire le somme esborsate dall’uomo (ex amante), versando rate mensili da 200 euro e offrendo servizi di pulizia domestica.

I giudici di prime cure hanno ritenuto, dal tenore delle chat, di escludere che tale denaro, usato per l’acquisto del veicolo, fosse corrisposto a titolo di liberalità. Più volte, difatti, la Cassazione (cfr. Cass.pen. n.59452/15; Cass.n.5510/17) ha ribadito che gli sms possono costituire un’utile fonte di prova in giudizio.


In definitiva, alla luce di questi orientamenti giurisprudenziali, attenzione a quello che si scrive su WhatsApp, perché le chat restano in memoria e come anche le registrazioni di conversazioni, fanno piena prova davanti al giudice.


In una eventuale causa non ci sarà neanche bisogno di “sequestrare” lo smartphone che potrà semplicemente essere sottoposto a una perizia di un tecnico nominato dal giudice affinché valuti che il testo non abbia alterazioni. E a tutto voler concedere è sempre possibile, in caso di reati tramite messaggistica, sporgere denuncia mostrando ai carabinieri il display del telefonino. La loro asseverazione funge da piena prova perché a confermarlo è un pubblico ufficiale.


Diversamente, se si volesse resettare il telefono, cancellare il messaggio o anche se si ha solo il timore di perdere l’apparecchio si potrebbe andare da un notaio che, dopo aver stampato lo screenshot con la schermata della conversazione, potrebbe attestare che si tratta di un documento conforme all’originale a lui esibito.

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